SFATIAMO IL MITO: L’UTOPIA DEL RITORNO ALLA LIRA

Ecco un interessante articolo comparso sul sito di Wall Street Italia il 7 agosto. Interessante per chi ancora crede che sarebbe meglio abbandonare l’euro e tornare alla lira.

Il nostro è il Paese dei campanili, del buon cibo, delle strade deserte quando gioca la nazionale, dei dialetti e delle rivalità tra comuni adiacenti. E’ anche un paese di eccellenza nell’imprenditoria, un faro mondiale di sanità pubblica, la quinta meta turistica globale. In particolare, però, è il paese di falsi miti. E quelli, si sa, sono i più duri a morire.

Orizzonti Politici ha inaugurato la rubrica “Sfatiamo il mito”, gli stereotipi più coriacei sull’economia italiana, affrontati e verificati uno per uno.
E’ sicuramente uno dei temi più dibattuti in ambito economico degli ultimi 20 anni, l’origine di gran parte degli euroscetticismi attuali e probabilmente ad oggi la più grande opera incompiuta del progetto europeo. Il passaggio alla moneta unica europea ha scosso profondamente le dinamiche economiche pubbliche del nostro paese, fino ad allora stabilmente basate sulla sovranità monetaria e sulla monetizzazione del debito.

La scelta di passare alla moneta unica, il cui valore di scambio è quindi nelle mani della Bce, non ha mai smesso di alimentare il dibattito nostrano sull’opportunità di tornare alla moneta nazionale.
I sostenitori del ritorno alla lira devono però scontrarsi con una dura realtà storica: la sovranità monetaria, spesso indicata come panacea, risultava essere alla realtà dei fatti una mera utopia per le economie nazionali dagli anni 80’ in poi.
L’avvento delle grandi forze globalizzanti della fine del millennio (tra cui l’entrata della Cina di Deng Xiaoping nell’Omc e la fine della Guerra Fredda) esponeva infatti le valute nazionali alle fluttuazioni imposte dall’andamento dei mercati, con gravi e imprevedibili effetti per saldo commerciale, solvibilità del debito e valore dei titoli di Stato.
La scelta di passare alla moneta unica fu, quindi, storicamente dettata dalla volontà dei Paesi europei di schermare la loro valuta dall’andamento dei mercati e ridurne la volatilità, una volta presa coscienza della inattuabilità di una vera e propria politica di sovranità monetaria.

Unica nazione esclusa, ironicamente, la Germania, che dopo la riunificazione nel 1990 e le riforme necessarie a riallineare le due parti del paese fu l’unica nazione europea con una moneta sufficientemente forte sul mercato internazionale da dettare effettivamente politiche monetarie espansive alla fine del decennio.
La superiorità monetaria tedesca era arrivata al punto che le fluttuazioni del valore del marco influenzavano quelle delle altre valute europee, lira compresa.

Quello tedesco fu quindi un vero sacrificio della sovranità monetaria (valutata a Berlino di minor valore rispetto ai vantaggi della moneta unica), al contrario di quello italiano, che fu meramente un accettare la realtà dei fatti.
Eppure, nonostante la scelta della moneta unica sia stata per l’Italia una scelta più che razionale, ipotizziamo che da un giorno all’altro si torni alla moneta nazionale. Quali sono, effettivamente, i principali rischi e i benefici in cui incorrerebbe la nostra economia?

Rischio Inflazione
Il primo rischio, il più fondamentale, si riferisce al rischio di inflazione. Stampare moneta aumenta l’inflazione. Questo effetto è amplificato se, come spesso accade, la domanda dei consumatori aumenta più dell’offerta di beni e servizi (“inflazione da domanda”).
Questo fenomeno riduce il potere d’acquisto della moneta, con il rischio di creare una spirale inflazionistica. Per questo motivo, tra i compiti fondamentali della Bce c’è quello di tenere sotto stretto controllo l’inflazione dell’euro. Questa potrebbe non essere la priorità di una Bankitalia nuovamente mossa da incentivi elettorali, per definizione interessati al guadagno momentaneo più che alle conseguenze a lungo termine.
Ad esempio, un’inflazione elevata erode il valore reale dei titoli di Stato in circolazione, riducendo così il peso del debito pubblico. Strategia allettante per ogni esecutivo se non fosse che, se da un lato ci guadagna lo Stato – debito ridotto – dall’altro ci perdono i creditori, coloro che detengono i titoli – credito ridotto.

La debolezza della lira sui mercati finanziari
Tornare alla lira significherebbe, nell’immediato, affrontare la fluttuazione dei tassi di cambio e perdere i benefici commerciali nei rapporti con gli altri stati Ue, oltre che abbandonare il progetto europeo della moneta unica, da anni alla base delle istituzioni europee.
Si correrebbe inoltre il rischio di veder ridotto, se non dimezzato, il potere d’acquisto della moneta del Belpaese. Tornando al debito pubblico: circa il 30% del nostro debito appartiene a investitori esteri. Tornare alla lira implicherebbe ripagare tale debito con una moneta fortemente svalutata, costringendo gli investitori esteri a vendere automaticamente i nostri titoli ad un prezzo stracciato, con conseguente collasso del nostro sistema bancario. Questo implicherebbe l’interruzione della concessione dei prestiti bancari, con danni economici impressionanti

Import e Export
Tra i vantaggi innegabili di una moneta nazionale figura quello di poter, in teoria, deprezzarne il valore per combattere momenti di crisi. Questo tipo di manovra, definito tipicamente “espansivo”, fa parte della teoria economica classica e non sarebbe una novità per il nostro paese. Un provvedimento di questo genere determinerebbe in teoria un aumento dell’export: diventerebbe infatti più conveniente per gli stati esteri comprare in Italia, con grandi vantaggi per le aziende coinvolte e per l’economia del paese.
Un aumento delle esportazioni implicherebbe infatti un miglioramento del saldo della bilancia commerciale ed una conseguente riduzione del disavanzo.
Questo fattore, tuttavia, oggi non ha più l’importanza cruciale di un tempo. A causa della globalizzazione, infatti, le componenti di uno stesso prodotto sono assemblate in nazioni diverse. Deprezzare una moneta, quindi, favorirebbe gli scambi commerciali verso l’estero, ma aumenterebbe a dismisura il costo delle importazioni, impattando negativamente sul disavanzo commerciale. In un paese come l’Italia inoltre, dipendente oltre misura da alcune importazioni chiave come quelle delle materie prime, questo shock potrebbe rivelarsi la peggiore conseguenza di un ritorno alla moneta nazionale.